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Di King 'Ree

Con Michel Altieri, Xena Zupanic, Deborah Butterfly, Alex Flame

Regia: King 'Ree
Stagione teatrale: 1998/99

Gustoso, originale recital ambientato in America negli anni del proibizionismo, arricchito dalle incantevoli musiche di Cole Porter, nonché da suggestivi testi di Luigi Pirandello (All'uscita) ed i versi tragici di Vittorio Alfieri (Sonetti). Un giovane, affascinante filosofo (John), nel contesto di una decadenza culturale della Chicago anni '40 in balia di gangsters senza cenni di rettitudine, all'interno di un night club esterna uno sviluppo di quelli che sono i propri dubbi sul senso della vita terrena, l'amore per una donna (lì presente) di dubbia moralità, accusando impunemente un bieco personaggio capofila della criminalità metropolitana. Inevitabili i colpi di scena ed un finale di grande effetto. Nel complesso si tratta di un elegante, a volte dissacrante, abbinamento di prosa e musical, contornato da tableaux vivants seducenti e rigorosa scenografia Brechtiana, la cui azione vive per merito di un carismatico protagonista in bilico tra romanticismo, filosofia e denuncia.


“Perché voi forse, pover'uomo, vi figuraste in vita di vederle e toccerle come cose vere, codeste forme; mentre erano soltanto illusioni necessarie del vostro essere, come del mio, che per consistere in qualche modo, capite? avevano bisogno e (e l'hanno tuttora) di creare a se stessi un'apparenza…” Da “All'uscita” di Luigi Pirandello


“S'io t'amo? Oh donna! nol dirìa volendo
Voce esprimer può mai quanta m'ispiri
Dolcezza al cor, quando pietosa giri
Ver me tue luci, ove alti sensi apprendo?
S'io t'amo? E il chiedi? E nol dich'io tacendo?
E non tel dicon miei lunghi sospiri
E l'alma afflitta mia, che par che spiri,
mentre dal tuo bel ciglio immobil pendo?
E non tel dice ad ogni istante il pianto;
Cui di speranza e di temenza misto,
versare un tempo, e raffrenare io bramo?
Tutto tel dice in me: mia lingua intanto
Sola tel tace, perché il cor s'è avvisto,
Ch'a quel ch'ei sente, è un nulla il dirti : Io t'amo”

(Sonetto di Vittorio Alfieri)





(LA BAMBOLA DENTATA)
Di Xena Zupanic

Con Xena Zupanic e Michel Altieri

Regia: Xena Zupanic
Produzione: Mario Canali
Stagione teatrale: 1999/00

Espressione di teatro avanguardistico puro, la performance FRAGMENTI-LA BAMBOLA DENTATA viene presentata con successo nel luglio 1999 alla manifestazione mediatica “Installazioni virtuali” con protagonisti Michel Altieri e Xena Zupanic (la killer risolutrice del film “Nirvana” di G.Salvatores), attrice croata dal background Shakespeariano che in questa occasione oltretutto firma la regia. In un'atmosfera assolutamente surreale un uomo accentratore, folle ed elegante divide un appartamento con una bambola dalle sembianze verosimili di un essere umano. Lei è oggetto nelle mani dell'uomo stesso, il quale arbitrariamente decide, gioca, esercitando totale potere e non senza atteggiamenti di mera schizofrenia. Un giorno la bambola si tramuta in donna, afferra il gioco e attraverso un percorso astuto di suggestione, porta l'uomo all'autodistruzione.


E' la performance dove il femminile inteso come l'elemento costitutivo, fondamentale del mondo post-moderno (il futuro) diviene autosufficiente a se stesso. Il femminile, includendo dentro se stesso anche il maschile (non bisogno della riproduzione biologica diretta = coito), è un divenire ed una eterna riproduzione autosufficiente. Vista dal di fuori, la donna (il femminile) si presenta come BAMBOLA con un comportamento ed un movimento quasi meccanico, rassicurante, esprimente con titubanza (etim. Bambola = bambo: la voce di origine infantile che disegna persona balbettante, che ha difficoltà a parlare). Insomma un'immagine che le viene imposta (dal mondo che la circonda –il maschile-). La bambola si comporta esteriormente come LUI vuole traendolo in inganno non parlando. Non necessita di parlare perché il suo pensiero è voltato interamente a se stessa. Il suo non parlare non è segno di debolezza ma è il risultato di una autocoscienza assolutamente sufficiente, alta e circolare. E' piegata, ma non verso l'esterno, verso il mondo, ma su se stessa. Piegandosi si feconda senza la partecipazione attiva del maschio e partorendo non sente il bisogno di un bambino successore, portatore della stirpe. Se ne sbarazza infilandolo nella cavità del torso, il simbolo che riflette la sua immutabilità, la sua fissità, l'eternità della sua coscienza del mondo.
(Xena Zupanic)



LUI:
“Assecondami, rifletti il mio desiderio…ora. Ho faticato, ho cercato per te ciò che potesse soddisfare il nostro gioco…ed ecco : sorrido e inseguo, contraendo i miei passi tra queste mura, la tua sagoma statica quanto animata … pare che tu voglia ignorarmi. Non è così…dimmi che non è così! A me appartieni, di me sei effetto…a me ti concedesti in uso. Adoro il tuo inquieto apparire.
Aborro la tua spavalda irriverenza distruttiva al mio solo sguardo… Morire? Mai.
Gioire? Pur che gioisca io esclusivamente… Mi elessi a tuo archetipo, e dunque superiormente esisto mentre dirigo il tuo agire forsennato alla sublimazione della nostra esistenza riguardo al senso della quale devo, mi dispiace, tacere.”


LA BAMBOLA: “Chi sono io? Ma che faccio io? Che penso? Sono forse nemica della mia generazione?Ho forse in odio l'uomo? Quello stesso che mi tiene chiusa qui dentro? Solamente per lui? Quale scena si aspetta che IO interpreterò per lui quando aprirà la porta? Quale parte dovrò fare? Mi vuole soltanto come una bambola? Imitando dei versi altrui? Sono una bambola? Ridicola? Comica? Grottesca? Bella? Per lui? Ma chi è lui? Chi crede di essere? E' soltanto un mediocre maestro kitch… Ed è per colpa sua che ho… Io non sono ciò che sono, un punto o un cerchio. IO sono ciò che immagino. La mia vita è in una zona che non esiste ma è l'unico spazio dove il mio agire è possibile. Il mio corpo è una porta spalancata, il mio corpo è diafano. Il mio corpo non riflette nulla perché il nulla non si riflette, perché il nulla non ha bisogno di riflettersi, perché nulla è. I miei sensi sono androgini. Questa stanza è luogo di nuove forme vitali che si differenziano da tutto ciò che lui ha visto fino ad ora. Sì, perché lui arriva sempre inaspettato. Lui, l'unico, perverso. Artefice e carnefice. Lui intelligente come il globo, lui la tavola nera con il vivere scritto. Ed il bacio è comune ad ambedue, l'uno incitatore dell'altro. La lingua sollecita al coito. Un coito senza coito. Disfarmi di lui? Disfarmi della bambola? Il dubbio persiste…Un altro forse racconterà la storia di una bambola/donna… un altro che ha capito la verità di se stesso.
La mente dell'uomo non può immaginare nulla che non sia realmente esistito.”






Di Tony Cucchiara

Con Michel Altieri, Valentina Mari, Filly Balice
e con Tiziana Della Porta, Davide Ortelli, Ombretta Musocchi, Luca Toffoloni, Andrea Croci.

Regia: Emiliana Perina
Produzione: Nicoletta Ramorino
Coreografie: Renato Greco
Stagione teatrale: 1997/98 1998/99

L'opera folk CAINO E ABELE ripercorre le vicende più emblematiche della storia dell'uomo in cui compaiono personaggi appartenenti alla mitologia universale del Bene e del Male. La versione firmata dalla regia di Emiliana Perina (indimenticabile interprete di “Swing”, “Ciao Rudy”, “Stracci”, “La ballata del bene e del male”, nonché del cast originale dello spettacolo in questione), in scena nella stagione 1998/99, trionfa al “Festival di Città di Castello”, aggiudicandosi i premi come MIGLIOR SPETTACOLO e MIGLIORE ATTORE (Michel Altieri nel ruolo di Giuda).


L'amore e l'odio,Abele e Caino,la creazione e la distruzione e la morte in continuo alternarsi e spesso sovrapporsi hanno intessuto drammaticamente l'evoluzione della specie umana dalle primissime origini ad oggi. E' stato con un atto di puro amore che agli inizi dei tempi Dio creò l'universo ed in esso l'uomo: ma non trascorrerà molto tempo che Caino,geloso, ucciderà Abele l'innocente; che Giuda tradirà Cristo col più simbolici gesto d'amore: il bacio; che Luther King e Anna Frank cadranno, amando e invocando la pace tra gli uomini,colpiti dalla violenza, sempre cieca, e dall'odio talora sottilmente e ragionatamente diabolico. Solo l'amore arcano e perenne di Francesco e Chiara,solo la lunga e paziente sofferenza laboriosa dei negri delle piantagioni americane costituiscono come una pausa al combattimento cruento tra l'amore e l' odio,tra Abele e Caino.Tema altissimo,appassionato,universale.
Ciò che avvince davvero,oltre l'indiscussa importanza dell'assunto,è la sincerità e la felicità e spesso la novità di ispirazione che sorregge la vasta e ricorrente tessitura musicale.L'opera crea un effetto di convincimento e commozione rifiutando la falsità e l'astuzia del contrabbando e della moda comunicando schiettezza e personalità.
(Diego Fabbri)

“E' arrivata la tua ora…il momento di pagare…prega pure se ti pare,tu che dici di esser figlio di Dio…Io ti ho venduto, sì, come un cane…e per poco anche. Tu hai voluto essere al centro di tutto e di tutti…E io? Che sono stato per te, se non un servo. Uno che ti ha dato sempre ragione, e ti ha sempre detto di sì… Li vuoi tutti ai tuoi piedi: i vecchi, i bambini, i malati…le donne più belle ai tuoi piedi, e la cosa ti ha fatto sentire importante, ti ha riempito di orgoglio. Dove sei stato, negli anni della tua fanciullezza? Da uno stregone, a imparare le arti magiche… oppure a imparare come far pensare e dire alla gente quello che pensi e dici tu? Il tuo posto è là…accanto al tuo Dio padre onnipotente…ma adesso per te è finita, finita…finita.”